A PALERMO I NUOVI BOSS SI SFIDANO SUL PIZZO

{mosgoogle}PALERMO – È finito il tempo del silenzio, giù a Palermo. Quello della colla che non fa rumore, i mafiosi la rovesciavano nei lucchetti delle saracinesche delle botteghe per avvertire in sordina, senza tanta cagnara. Ricordavano ai commercianti che bisognava pagare. È finito anche il tempo delle minacce velate. Delle "messe a posto" concordate, il conto che si può saldare anche a rate o a Pasqua o a Natale, il "pizzo" che non si deve scucire quando c'è un lutto o una disgrazia in famiglia. Cambiano i padroni della mafia e con loro torna il racket più violento.
Stanno saltando in aria le borgate di Palermo. Cantieri in fiamme, magazzini sventrati dalla dinamite, ruspe accartocciate. Dopo dieci anni di taglieggiamenti nascosti e più di duemila piccoli e grandi boss della "Anonima Estorsioni" arrestati solo nella capitale siciliana, la nuova legge di Cosa Nostra è entrata in vigore. Dappertutto. A Trapani. A Caltanissetta. Ad Agrigento. A Catania. Si stanno presentando così i nuovi capi che si contendono l'eredità di Bernardo Provenzano. Vogliono comandare. Sempre più degli altri. Vogliono tutto. Usano la forza per far capire anche ai loro nemici – quelli delle "famiglie" concorrenti, i possibili futuri avversari – che loro sono i più potenti. È un'offensiva su larga scala. Provincia dopo provincia. Soffocano, spremono fino all'ultima goccia di sangue tutte le loro vittime. Ecco quello che sta accadendo in questi giorni in Sicilia. Ecco quale è l'ultimo volto del racket.
È appena il principio, l'inizio di una vicenda che potrebbe assumere contorni sempre più clamorosi. Fino a sfociare in una guerra di mafia. "Ma i boss per il momento hanno fatto i conti dentro la loro organizzazione e non fuori", spiega Maurizio De Lucia, il magistrato del pool antimafia palermitano che dal 1995 è titolare di quasi tutte le inchieste sulle estorsioni. E racconta: "La reazione che ha avuto Confindustria rivela un'esasperazione senza precedenti nel panorama imprenditoriale dell'isola, noi che seguiamo le indagini avevamo percezione solo in parte di quanto stava accadendo, gli imprenditori non ce l'hanno fatta più a sopportare". È la ribellione. I boss non se l'aspettavano. Sono stati colti di sorpresa, sono rimasti spiazzati.
Una vera e propria rivoluzione negli usi e nei costumi, dove fino a qualche anno fa i presidenti di Sicindustria invitavano i colleghi "a pagare tutti per pagare meno" e dove fino a qualche mese fa qualche presidente di Confcommercio era ancora presente nei "libri mastri" degli emissari del racket. Ma sta mutando tutto in Sicilia. Rapidamente. Da una parte e dell'altra. È di appena un anno fa la nascita di "Addiopizzo", in passato una cosa così non era neppure immaginabile a Palermo. Una decina di ragazzi palermitani una mattina d'inizio estate hanno fatto trovare la città tappezzata di manifesti. Erano appesi dappertutto. Sui muri. Sui pali telefonici. Sui balconi dei palazzi. E su ogni manifesto c'era scritto: "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità".
Dopo un anno sono 197 gli imprenditori e i commercianti che a Palermo si oppongono al racket. Pubblicamente. I loro nomi sono in fila uno dopo l'altro in un elenco sul web. E sono 9067 – dato aggiornato ad oggi – i palermitani che li sostengono pubblicamente con i loro acquisti. Palermo non vuole morire di mafia. Resiste. E' alla fine di agosto che è venuto in città anche Tano Grasso, l'ex commerciante di scarpe di Capo d'Orlando che è diventato simbolo alla fine degli Anni Ottanta dei siciliani che non abbassano la testa. È sbarcato per annunciare l'arrivo dell'Associazione Antiracket anche a Palermo. C'era in ogni grande città dell'isola tranne lì. Ci provavano a metterla su dal 1990, da quando avevano ucciso il povero Libero Grassi, quell'industriale tessile che come un disperato già diciotto anni fa non voleva pagare pizzo ai Madonia di Resuttana. Sono segnali.
Tanti. Come quello rivelato ieri l'altro dal questore di Catania Michele Capomacchia. Da gennaio ad agosto nei suoi commissariati sono state raccolte 16 denunce di commercianti e imprenditori nel mirino del racket. Nell'ultima settimana sono stati 18 che si sono presentati a dire: "Io non voglio pagare". È l'effetto di un atto di coraggio, quello del presidente dei costruttori catanesi Andrea Vecchio. Poi però hanno colpito il presidente degli industriali di Caltanissetta. Poi ancora quello di Agrigento. Fa paura ai boss la ribellione degli imprenditori siciliani.
L'attacco è pianificato. La mafia sta rispondendo ai costruttori catanesi, a Sicindustria, a Montezemolo che vuole imporre l'espulsione da Confindustria "a chi paga". A Palermo la mafia si è già organizzata in grande stile. Con i "prestampati". Lettere mandate tutte da un ufficio postale e recapitate a chissà quanti commercianti e imprenditori. Cinque righe di avviso: "Cercati l'amico e mettiti a posto". E il disegno di un candelotto con la miccia accesa. In quattro hanno denunciato. Gli altri? "E chissà chi sono e quanti sono gli altri", risponde il magistrato De Lucia.
Negli ultimi nove mesi a Palermo sono stati in 15 a denunciare una richiesta di pizzo. Nemmeno l'uno per cento degli operatori economici della città. Erano state 22 nel 2004 le denunce, 23 nel 2005, 40 nel 2006. Ma quanti sono i taglieggiati di Palermo? "I dati statistici fanno desumere, con ragionevole certezza, l'esistenza di un "numero oscuro" assolutamente elevato che, secondo stime, darebbe conto di come l'80 per cento dei commercianti e degli imprenditori sia vittima del racket", scrivono i carabinieri di Palermo in un dossier riservato consegnato il 16 luglio scorso alla commissione parlamentare antimafia. Quel "numero oscuro" scenderà o salirà nelle prossime settimane? A Palermo vinceranno sempre loro, i soliti padroni?
(repubblica.it)

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