“Io non mi sento italiana, ma per fortuna o purtroppo lo sono”

Assenti giustificati - Rosanna Scopelliti Settembre 2007.
Non appena appresi la notizia della richiesta di trasferimento per il PM Luigi De Magistris saltai sul primo treno per la Calabria indignata e delusa da chi rappresentava in quel momento il vertice del ministero della Giustizia e, nel giro di qualche ora, mi ritrovai con Aldo Pecora ed alcuni altri ragazzi del Movimento Ammazzateci tutti a Catanzaro. Il giorno dopo ci raggiunsero i rappresentanti di altre associazioni calabresi e nel giro di poco tempo ci si ritrovò anche con i ragazzi delle scuole superiori del capoluogo calabrese e con la cittadinanza nell’Auditorium Casalinuovo per parlare, informarci e confrontarci su ciò che stava accadendo: un  attentato, camuffato da richiesta di trasferimento d’urgenza, ai danni del PM De Magistris e di quella magistratura ingestibile dalla malapolitica e dalle massonerie.
Il 28 settembre 2007 eravamo tantissimi in quell’auditorium traboccante di indignazione e speranza ed eravamo altrettanti la sera del 4 ottobre in collegamento con Annozero.

In quel momento ero convinta che, con tutta quella gente dalla sua parte,  Luigi De Magistris sarebbe rimasto in Calabria a fare il suo dovere ancora per molti anni. In quel momento ero convinta che dall’8 ottobre, giorno della prima udienza al CSM e fino alla fine del calvario del nostro De Magistris, davanti al Palazzo dei Marascialli con Aldo Pecora, Emiliano Morrone ed altri ci sarebbe stata un’immensa folla di calabresi e di italiani indignati che avrebbero difeso la giustizia con il proprio dissenso e la forza di una dimostrazione popolare. In quel momento ero convinta che tra la folla ci sarebbero stati anche i politici da sempre impegnati nella difesa della magistratura libera ed indipendente. Ero convinta che a sostenere anche fisicamente quella battaglia ci sarebbero stati tutti, proprio tutti quelli che si professavano “amici” della legalità. Ero ingenuamente convinta che accanto a noi disorganizzati studenti e lavoratori precari ci sarebbe stato qualcun altro.
Ma ogni volta davanti al CSM eravamo non più di 10/15 persone. Numero esiguo per far capire a coloro che si stavano riunendo a Palazzo Marescialli che l’Italia intera era dalla parte della legalità in difesa di De Magistris. Ma si sa, a parole, virtualmente,  noi italiani saremmo capaci di far girare il Sole intorno alla Terra.
Risultato: trasferimento per il Pm di Catanzaro ed impossibilità di svolgere il ruolo di pubblico ministero.
Gennaio 2009.
Guerra tra procure e Caso Apicella. Non nego che il primo pensiero sia stato quello di tornare in piazza e gridare forte e chiara la mia pesante indignazione e l’amarezza per l’ennesimo sfregio ad una giustizia ed ad uno Stato per i cui princìpi mio padre, il giudice Antonino Scopelliti, ha offerto la vita. Ma è stato proprio pensando al suo sacrificio ed alla sua fiducia nella Magistratura e nelle Istituzioni che ho capito che limitarsi a gridare contro queste ultime da un palco non risolve assolutamente nulla.
Cantava Gaber: “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”.
E’ così anche per me.
Guardando l’esempio di Mangano e di chi lo declama eroe non mi sento italiana. Guardando Contrada ed i suoi presuntuosi e sfacciati familiari non mi sento italiana. Guardando gli inquisiti in Parlamento non mi sento italiana. Sentendo le percentuali degli evasori fiscali non mi sento italiana. Leggendo le imprese degli impuniti “furbetti del quartierino” non mi sento italiana… Ma se solo mi fermo a pensare alle vittime di mafia, ai soldati delle missioni di pace, ai martiri di Nassirya, ma anche ai partigiani ed alle persone comuni che non hanno tempo per scendere in piazza a manifestare perché sono troppo impegnate a lavorare per mettere insieme il pranzo con la cena, beh, se penso a loro si che mi sento di gridare forte la mia italianità. Ed è proprio questo ciò che voglio difendere. Il mio Paese. Le mie Istituzioni. La mia Costituzione. La mia Magistratura. Altrimenti potrei tranquillamente fare le valigie ed emigrare sconfitta lasciando il mio Paese in preda ai corrotti, agli indagati, ai dis-onorevoli, ai mafiosi e malfattori. No, non è questo ciò che voglio perché NON E’ GIUSTO.
Per questo domani non sarò a Piazza Farnese a manifestare pur condividendo le motivazioni del dissenso.
Perché non credo abbia più senso attaccare alla cieca buoni e cattivi, generalizzando sulle Istituzioni e la Magistratura tutta, non ha senso gridare contro tutto e tutti alla ricerca di un facile applauso o di una standing ovation da stadio senza proporre alternative, progetti, soluzioni solo per avere la propria foto sui giornali o peggio ancora per svendersi in cambio di un consenso che dura quanto il volo di una farfalla. Non è questo ciò di cui abbiamo bisogno per migliorare il nostro Paese.
Non è questo ciò che credo la gente si aspetti da noi, da chi ha scelto di impegnarsi a titolo prettamente umano nel sociale, da chi ha scelto di mettere al servizio della società il proprio dolore e le proprie emozioni. Penso che chi crede in me e nella Fondazione che rappresento si aspetti un operato discreto, incessante, silenzioso e rispettoso come era l’indole di mio padre. Lontano dai riflettori e vicino a chi quotidianamente si impegna per garantire il rispetto delle leggi al costo della propria vita.
Lo devo alla gente comune, a coloro che vivono solo nel reale perché non hanno abbastanza soldi per permettersi il lusso di un pc ed una connessione ad internet, lo devo a chi non ha tempo di chiedersi in che razza di Paese vive guardando programmi televisivi che addormentano le coscienze perché alle 21 già dorme per andare a lavorare il giorno dopo, lo devo a quelle persone alle quali interessa solo vedere fatti o risultati perché di parole se ne fanno sempre troppe, a quei giovani che non hanno nemmeno la voglia di sognare perché nascono già rassegnati. Lo devo a quei familiari di vittime di mafia che, come me, hanno fiducia nelle forze dell’ordine, nelle parti sane delle Istituzioni ed in quei magistrati che rappresentano il significato più alto della Giustzia, lo devo a mio padre che fino all’ultimo ha servito uno Stato che amava e che sapeva essere più forte di ogni tipo di criminalità.
E, come sosteneva Blaise Pascal: “Le buone massime ci sono già, resta solo da applicarle”.
Rosanna Scopelliti
figlia del giudice Antonino Scopelliti
Presidente Fondazione Antonino Scopelliti

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