Legalitàlia, l’auspicio di Pansa contro le mafie: “basta inchini, viviamo a testa alta”

Alessandro Pansa, Direttore Generale della Pubblica Sicurezza e Capo della Polizia, ha dialogato con il presidente di Ammazzateci Tutti e promotore del meeting “Legalitalia” Aldo Pecora sul palco di stasera a Cannitello.

Mi sono innamorato della polizia un po’ per vocazione un po’ per scelta: a 23 anni non ero assolutamente consapevole dei rischi, è stato il lavoro sul campo che mi ha consentito un confronto diretto con una realtà che immaginavo ma non conoscevo. E ci vuole una grande conoscenza del fenomeno mafioso per calarsi in questa professione” ha detto Pansa. “Il maxi processo istruito nel 1985 è stato il momento in cui lo Stato ha dichiarato guerra alla mafia: tutto l’iter di questo processo è stato segnato da morti, da attentati, da omicidi. Fino alla sentenza, gli uomini delle istituzioni erano gli unici a contrastare la criminalità mafiosa: il fenomeno contagiò la coscienza collettiva dei giovani solo con le stragi di Capaci e Via D’Amelio. E’ proprio con la morte dei servitori dello Stato che noi arriviamo all’odierna consapevolezza. Ora non possiamo più tornare indietro: dobbiamo andare avanti lungo un sentiero che non ha alternative, compiendo un percorso che si regga sulla forza di volontà delle giovani generazioni. Anche qui, in Calabria, l’omicidio Fortugno ha messo in piedi nelle istituzioni i meccanismi di contrasto, nella coscienza collettiva la consapevolezza del valore assoluto della legalità, proprio quel valore che oggi celebriamo”.

Pansa01“Particolarmente importante poi è la sinergia istituzionale – aggiunge il capo della Polizia – Ogni ingranaggio della macchina giudiziaria deve funzionare a dovere, con una collaborazione addirittura familiare fra chi esercita le diverse competenze. Cosa fa nascere Cosa Nostra? Sicuramente la ricerca del denaro: è sempre stato così, dal caporalato all’edilizia fino al narcotraffico degli anni ’70. Mafia, ndrangheta e camorra hanno creato una vera e propria filiera produttiva, riuscendo ad acquistare merce nel Medioriente, trasportandola in loco per la raffinazione e spacciandola poi nel circuito internazionale: operazioni che richiedevano adeguate strutture economiche. Oggi la criminalità ha addirittura compiuto un salto di qualità: non c’è più una criminalità illegale che inquina l’economia, ma abbiamo regole poco chiare nel mercato, regole lacunose che consentono a strutture illegali di operare quasi liceamente”.

IL GIOCO D’AZZARDO – Il gioco d’azzardo può essere un mercato interessante per Cosa Nostra? Intanto precisiamo: il gioco d’azzardo riguarda le scommesse clandestine, ciò che oggi preoccupa è il mondo del gioco online e c’è certamente chi tenta di nascondere dietro questi siti flussi di denaro che hanno origini poco chiare. Va detto, però, che i grandi operatori mondiali sono perlopiù società multinazionali ed esse impediscono alle realtà criminali di penetrare nel settore di loro competenza. 

IL MERCATO DEL LAVORO – Il mercato del lavoro è stato alterato dalla crisi, ciò ha aperto ulteriori spiragli alla penetrazione delle cosche.

IL CALCIO – Anche il calcio non è esente dalle infiltrazioni. La squadra di Rosarno è solo l’ultimo esempio in ordine di tempo. C’è un meccanismo di consenso ed un meccanismo di legittimazione. Noi oggi il camorrista o lo ndranghetista lo riconosciamo; alcuni si possono nascondere, ma i nomi delle famiglie li conosciamo quasi tutti. Alcune fra queste famiglie vogliono legittimare la loro presenza con le squadre che fungono da volano di credibilità e di prestigio. Non credo ci sia qualche grosso club che possa essere afflitto da questa piaga, però alcuni piccoli casi ci sono stati. Ecco: quando questi club, dopati dalla finanza illegale, falliscono, lo Stato non può farsi carico di un’azienda che normalmente sarebbe fallita. E qui registriamo oltre il danno la beffa: perché partono perfino dei meccanismi di rivalutazione delle presidenze criminose nella società.

L’IMPATTO SOCIALE – Sempre sull’impatto sociale dobbiamo poi spendere qualche parola sugli inchini, finiti giustamente al centro del ciclone. Vogliamo dirlo in maniera ferma: chi celebra l’inchino di fronte alle case dei mafiosi infanga e soggioga celebrazioni religiose, facendo al contempo una violenza enorme ai sentimenti della cittadinanza. Il boss vuole che tutti s’inchinino a lui, perfino le statue dei santi. Basta capire questo per essere determinanti a contrastare e censurare certo atti, lesivi tanto quanto la violenza fisica”.

(StrettoWeb – media partner ufficiale Legalitàlia2014)

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