Liberare l’Italia dalle mafie

Il titolo è quello di un libro di Francesco Renda, storico e professore di Storia moderna nell'università di Palermo, che in un dialogo con Antonio Riolo, dirigente della Cgil Sicilia, affronta il problema da un punto di vista storico e sociologico.

I due ripercorrono prima la storia, dalla nascita della mafia ai giorni d'oggi, parlando approfonditamente di Cosa Nostra, per passare successivamente all'analisi del problema e di come riuscire davvero a liberare l'Italia dalle mafie, di quello che si è fatto e di quello che ancora bisogna fare.

Lo scopo finale viene introdotto come un'utopia, ma ripercorrendo l'origine greca della parola che può derivare da ou-topos (non luogo, luogo inesistente) oppure eu-topos (buon luogo, luogo desiderato). E' in questa seconda visione della parola che si inserisce l'utopia di sconfiggere la mafia, nel raggiungimento di un luogo che noi desideriamo e che è ora difficile da raggiungere, ma non impossibile.

Il progetto di liberare l'Italia dalle mafie deve avere la sua base in una collaborazione fra società, popolo, classe dirigente, politica, istituzioni, potere pubblico e nello sfaldare quei legami, quelle complicità e connivenze che essi hanno con la delinquenza organizzata.
La mafia non scomparirà finché vi saranno sindaci, deputati e magari ministri che debbano la loro elezione alla mafia, che contino sulla mafia per la loro rielezione. Senza i rapporti con la politica ed il potere pubblico, la mafia non è più mafia, ma sarà solo criminalità comune.

Il problema è quindi, oggi, riconoscere chi è legato al sistema mafioso e chi no. L'aggiunta dell'articolo 416bis del codice penale ha portato ad una grande vittoria per lo Stato, vittoria costata decine e decine di vittime. Questa piccola vittoria ha fatto sì, però, che mentre prima la mafia navigava all'aperto come una grande madre maestra, la vedevano tutti e si faceva vedere da tutti, oggi naviga sott'acqua come un sommergibile. Ma il sommergibile per vivere sott'acqua ha bisogno di aria, luce, cibo, abiti, carburante, e per rifornirsi di quanto necessario ha bisogno che qualcuno da sopra le acque vi provveda. Oggi la mafia è clandestina agli occhi dello Stato e non ha più l'autonomia di quando viveva alla luce del sole. Oggi la si può combattere e sconfiggere scoprendo chi rifornisce il sommergibile.

Non basta. Il libro usa un'altra metafora: la mafia rappresentata come un pesce che vive nell'acqua di una vasca. Per prenderlo, morto o vivo, basta solo svuotare la vasca con un secchio. E per vasca e acqua si intende la società e il consenso sociale e politico, e più ancora il sostegno della politica e delle istituzioni.

Per risolvere il problema della mafia bisogna innanzi tutto capire che oggi non si può più parlare di mafia al singolare, ma di mafie che non vivono più solo nel meridione, ma che hanno colonizzato l'Italia intera per gestire traffici in tutto il mondo. L'esempio di Leonardo Sciascia della palma che dal sud risale verso il nord è più che mai attuale. Il nord d'Italia è oggi sede di tutte le mafie, di Cosa Nostra, dell'ndrangheta, della Camorra e della Sacra Corona Unita, dove tutte hanno l'unico scopo di concludere buoni affari e di riciclare il denaro sporco in partecipazione e in acquisto di imprese, negozi e immobili.

Se la mafia è oggi nazionale, l'antimafia le deve tenere il passo e deve superarla. Ma la battaglia per la liberazione delle mafie non si ottiene soltanto con l'efficace azione giudiziaria, ma anche e soprattutto col privare le mafie del consenso esterno e dei rapporti che oggi intrattengono con la società, con le forze politiche e con le istituzioni del potere statale, regionale e locale.

In un grande progetto che deve raggiungere l'utopia di cui prima ho parlato, noi giovani dobbiamo essere la prima ruota del carro. E' proprio in questo momento che si inserisce il lavoro di Ammazzatecitutti nel continuare a essere protagonista in tutta Italia della formazione culturale, civile e morale per creare in noi giovani una coscienza dedita alla giustizia ed alla legalità.
E' in questo che critico le parole di Antonio Riolo, nel libro, quando afferma che manca un coordinamento interregionale che dia maggiore efficacia e maggiore visibilità alle ormai numerose iniziative. Oggi questo esiste ed è reso realtà dal movimento che si sta allargando sempre di più in ogni regione d'Italia, suscitando consenso, ma soprattutto partecipazione di noi giovani.

Non sono dette a caso le parole di Paolo Borsellino, se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.
Ed è proprio questa l'idea del movimento: riprendere in mano le redini del presente per raggiungere in futuro questa nostra utopia.
Uniti, tutti quanti, evitando “comportamenti” mafiosi, rinunciando a quegli aiuti che dovranno essere ricambiati, agendo con un comportamento sempre accettato dalla legge e soprattutto affrontando il problema dalla punta più estrema della Sicilia a quella più settentrionale dell'Italia, noi giovani potremo un giorno riprendere in mano quello che è nostro urlando ad alta voce che siamo riusciti a vincere la guerra e non solo la piccola battaglia.

Massimo Brugnone
Ammazzateci Tutti – Coordinamento Lombardia

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