La giustizia che non ci raccontano fa il pieno di pubblico

LUINO (VA) Al dibattito organizzato da “Ammazzateci tutti”, hanno partecipato Marco Travaglio, Piercamillo Davigo e Sonia Alfano.
Oltre 200 persone sono rimaste fuori.

Era il pubblico delle grandi occasioni (sala da 500 posti piena)  quello che si è riunito ieri sera, 10 settembre, al Teatro Sociale di Luino in occasione dell’incontro sul tema della giustizia organizzato dal Movimento “Ammazzateci tutti” in collaborazione con “Amici del Liceo” e patrocinato dal Liceo “Vittorio Sereni” e dal Comune di Luino. Ospiti della serata tre protagonisti di rilievo del dibattito nazionale su informazione e giustizia, Marco Travaglio, giornalista e autore di libri; Piercamillo Davigo, storico magistrato del pool di mani pulite ora consigliere della Corte Suprema di Cassazione e Sonia Alfano, figlia di Beppe Alfano cronista siciliano ucciso dalla mafia nel 1993.

Una serata importante che grazie al punto di vista dei suoi tre ospiti d’eccezione, il cronista, l’addetto ai lavori e la vittima di mafia, ha aiutato il pubblico del Sociale a delineare tre diverse facce della giustizia italiana: grottesca, inefficiente e paradossalmente “ingiusta”.

Marco Travaglio entra subito nel vivo delle questioni che interessano il dibattito odierno della giustizia, dalla sua annunciata riforma autunnale alla stretta sulle intercettazioni, tema su cui si è concentrato insieme a Peter Gomez e Marco Lillo nel suo più recente libro edito da Chiarelettere, “Il bavaglio”. Nel suo discorso Travaglio analizza, smontandole una ad una, le motivazioni che secondo la classe politica fanno della questione delle intercettazioni un tema di primo piano da affrontare con la massima urgenza nell’interesse degli italiani. Lo fa partendo dal discorso in parlamento del guardasiglli Alfano, quando disse che, secondo dei suoi calcoli empirici, ci sono 3 milioni di intercettati all’anno e che costano 1/3 del bilancio della giustizia italiana. “a parte il fatto quantomeno singolare – racconta Travaglio – di un Ministro della Repubblica che anziché dare dati scientifici va in parlamento a snocciolare dati “empirici” neanche fosse al bar con gli amici. Quei dati sono comunque entrambi sbagliati, gli intercettati in Italia sono tra i 15 e i 20 mila all’anno e la spesa per le intercettazioni non supera il 2% del bilancio della giustizia”.
Anche il pretesto della violazione della privacy o del segreto istruttorio, motivi con cui giustificano il provvedimento restrittivo, altro non sono che pretesti inventati per garantire l’impunità della classe dirigente secondo il giornalista. “La vita privata di un cittadino – continua Travaglio – è già ampiamente tutelata dalla legge sulla privacy, cosi come la diffamazione, il segreto istruttorio non esiste più dal 1989 e quindi non si capisce come si possa violarlo e non si capisce nemmeno per quale motivo le nostre telefonate dovrebbero finire nei giornali visto che non interessano a nessuno. La verità è che lorsignori non vogliono farci sapere i traffici e le ruberie che avvengono dietro le quinte della politica”.

A Piercamillo Davigo invece è toccato il compito di raccontare la faccia grottesca della giustizia e dei provvedimenti legislativi che la regolano. “La lentezza della giustizia – racconta il magistrato – ha cause e soluzioni ben precise che però non vengono mai nominate dai politici quando dicono di voler risolvere il problema. La faciloneria demagogica, ma spesso la furbizia, con la quale trattano il tema della giustizia porta sempre alla creazione di provvedimenti legislativi che non fanno che moltiplicare la crisi dell’apparato giudiziario”. Sono decine gli aneddoti che il magistrato racconta a supportare la sua tesi, complicazioni e incertezze giurisprudenziali causate dalle troppe leggine e riforme della giustizia create con superficialità (o con estrema lucidità) da chi volendola semplificare non ha fatto che complicarla. Le parole di Davigo danno il quadro di una giustizia grottesca, inefficiente, castigata da regole insulse. “Una giustizia che avrebbe bisogno di ben altri provvedimenti che separazione delle carriere o elezione dei PM, molto più semplici e molto più efficaci, ma è probabilmente per questo – dice il magistrato – che non vengono presi in considerazione”.

{mosgoogle}L’intervento più toccante è stato senza dubbio quello di Sonia Alfano, una donna che ha avuto il coraggio di condividere con il mondo il suo dolore di vittima della mafia, un dolore troppo forte, senza un perché, che spinge invece molte donne come lei a chiudersi in se stesse, facendo il gioco di chi vuole che vengano dimenticate. L’Alfano non ci sta, è una donna determinata, di quelle che non abbassano la testa e fanno nomi e cognomi, di quelle che non si fermano davanti a niente per avere ciò che le spetta di diritto. Come quando nel novembre dell’anno scorso si è incatenata insieme ad altre 42 famiglie ai cancelli della prefettura di Palermo per chiedere l’equiparazione delle normative previste per i familiari delle vittime della mafia e per i familiari delle vittime del terrorismo.
A Luino Sonia Alfano ha raccontato la sua esperienza con la giustizia italiana, che l’ha vista frequentare le aule di giustizia per 14 anni a fianco dell’assassino di suo padre prima di vederlo definitivamente condannato, e che la vede tutt’ora impegnata in una umiliante trafila giudiziaria in cui deve, a sue spese, dimostrare a un giudice che l’uccisione di suo padre è stata per lei un danno. Un percorso alla fine del quale se anche vedesse riconosciuto il suo status di vittima di mafia non prenderebbe un soldo “perché il Ministro Maroni – dice l’Alfano – ha prosciugato il fondo destinato alle vittime di mafia. In ufficio al Viminale quando ho chiesto a cosa servirà la sentenza con la quale mi viene riconosciuto di essere vittima di mafia mi è stato risposto di incorniciarla e farci un bel quadro”.


Tomaso Bassani

(fonte: http://www3.varesenews.it/varese/articolo.php?id=106463)

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