I ragazzi non devono sapere

Non tutti si rassegnano alla mafia, al nord. Non si rassegnano, ad esempio, i ragazzi di "Ammazzateci Tutti" di Busto Arsizio (ce ne sono anche là) che invitano gli studenti a presentarsi con magliette "no crime no violence" al tribunale in cui si processano i (presunti) mafiosi. La cosa solleva qualche scandalo. Qualcuno si sta arrabbiando, a quanto sembra. E non solo fra i pacifici lombardi…

Gli studenti al processo alla 'ndrangheta (presunta) a Busto Arsizio La maxi-operazione “Crimine”, la più grande della storia dell’antimafia reggina, conferma che la ‘ndrangheta non è più un problema solo calabrese, ma un problema nazionale. “Si scopre l’acqua calda”, si potrà replicare. Che i boss avessero oramai traslocato baracca e burattini oltre i confini meneghini lo sapevano oramai anche le pietre, da almeno vent’anni.
C’è voluto un atto di forza, potremmo definirlo anche “dimostrativo”, da parte di inquirenti e forze di polizia calabresi e lombarde assieme ed uno spiegamento di forze di migliaia di uomini, per rendere questa verità una “notizia”.

Oggi la presenza della mafia calabrese in Lombardia, specie nell’asse Milano-Varese è una certezza: da Buccinasco, divenuta quasi una frazione di Platì, a Busto Arsizio, Legnano, Malpensa. La ‘ndrangheta si muove dove si muove l’impresa. Ed evidentemente sguazza bene dove girano soldi e traffici di droga.

Ma la vera novità degli ultimi tempi è che adesso i mille rivoli delle diverse operazioni antimafia in terra lombarda, dalle estorsioni, all’usura, al riciclaggio, non investono il tribunale milanese, bensì anche quelli minori. Come Busto Arsizio, dove sono stati portati a processo per i reati appena citati alcuni presunti ‘ndranghetisti (mai come in questi processi il “presunti” sarà d’obbligo fino all’ultima sentenza) affiliati ai clan del crotonese.

Ma a Busto è successo anche quello che non ti aspetti: l’antimafia sociale arriva in città prima di quella investigativa. Almeno ufficialmente. Dal 2007 arrivano Massimo Brugnone (coordinatore regionale di Ammazzateci Tutti e dal 2009 membro dell’Esecutivo nazionale) ed un gruppo di coraggiosi ragazzi con il brutto vizio di non farsi i fatti loro. Organizzano incontri nelle scuole con Rosanna Scopelliti, Gian Carlo Caselli, Alberto Nobili, Marco Travaglio. Stampano t-shirt, volantini, improvvisano blog e giornalini. Mettono in rete nomi, operazioni, collegamenti tra i clan. Riempiono teatri, auditorium, cinema, librerie. Per dire che la mafia è ad un passo dalle loro case. Ed i bustocchi rispondono sempre positivamente. Non ricordo una sola poltrona vuota ad ogni iniziativa di Ammazzateci Tutti.

Poi un giorno Massimo ed i ragazzi decidono che non basta portare la gente in platea, ma che bisogna guardarla in faccia la mafia, pardon, la presunta mafia. Vogliono esserci, lì, in Tribunale. Vogliono far sentire la presenza della comunità, dei giovani soprattutto. Nasce così l’idea di far partecipare gli studenti delle scuole che vorranno aderire all’udienza del 12 ottobre scorso. Il preside del Liceo scientifico “Tosi”, dimostrando grande senso di responsabilità, decide di favorire l’iniziativa ed autorizza la partecipazione di un gruppo di studenti, accompagnati da un docente e da Massimo.

Quando arrivano in tribunale indossano tutti la stessa maglietta: “No crime, no violence”. Un grande rettangolo nero su fondo bianco. L’hanno disegnata e realizzata gli studenti del liceo artistico un paio d’anni fa. Ma sono ancora di moda purtroppo.

Chissà quanta paura avranno fatto quelle magliette e le facce pulite di quei ragazzi e di quelle ragazze poco più che diciottenni in quell’aula del palazzo di giustizia. Al punto da portare qualcuno a prendere carta e penna e scrivere una “lettera” formalmente indirizzata al Preside, ma fatta pervenire alle redazioni di tutte le testate locali.

«Sono stanca di tutta questa situazione – scrive la donna – sono la moglie di un “cattivo ragazzo” e voglio dare sfogo a quanto stiamo subendo in questa orribile esperienza. Ho letto sulla Prealpina del 10 ottobre “Liceali in aula per studiare la ndrangheta”. Mi rivolgo a lei caro Preside, nulla in contrario verso l’informazione ma ritengo che l’informazione debba essere a doppio senso di circolazione. Le volevo sottolineare che il processo è in fase dibattimentale, dove accusa e difesa si scontreranno davanti alla corte per dimostrare l’innocenza o la colpevolezza degli indagati. Noi siamo ancora imputati e quindi non colpevoli. I suoi studenti devono conoscere gli atteggiamenti di persone che a oggi rappresentano la giustizia italiana».
E poi continua con l’elencazione di fatti, intercettazioni, mancate comunicazioni. Più che una lettera di sdegno sembra l’arringa difensiva di un bravo penalista.

Continua la missiva: «Ritengo giusto che chi commette reato debba essere condannato, se mio marito è colpevole è giusto che paghi ma non per un aperitivo al bar, un saluto per strada, una stretta di mano. Devo ammettere che gli attimi di cedimento sono stati molti, la voglia di difenderci è tanta ma mi chiedo se ha senso combattere quando a priori siamo per molti già colpevoli. Mi spiace Preside per questo sfogo, ma pensare ai liceali in aula preparati solo a guardare in faccia i presunti ndranghetisti, non lo accetto, sono stanca di affermazioni offensive e prive di conoscenza. Nello stesso articolo Massimo Brugnone dice “Non vogliamo che le aule siano riempite solo da chi quegli imputati vorrebbe vederli liberi”. Ci limitiamo solo a sostenere la persona a cui teniamo in questa brutta disavventura. Lei cosa farebbe? Approfitto anche per controbattere le affermazioni del pm Venditti sulla Prealpina del 9 giugno: “Mafioso è chi non riconosce l’autorità dello Stato, quindi chi in aula si permette di alzare la voce” (va detto, infatti, che in una precedente udienza i parenti degli imputati avevano tenuto comportamenti poco consoni ad un’aula di tribunale, inveendo con urla contro la Corte, NdG).
Ribellarsi alle autorità, far valere i propri diritti non sono atteggiamenti mafiosi, al contrario chi abusa del proprio potere, lei come lo definisce? Questo processo è diventato mediatico: bisogna dare l’esempio a questi alunni, non importa se qualcuno sarà innocente, per la giustizia italiana deve esistere un colpevole».

Ora, è facile comprendere lo stato d’animo di una donna (certamente istruita e forse ben inserita nella società) che si trova un marito in galera, imputato in un processo di mafia. Ma l’emotività è una cosa, la giustizia un’altra. I cittadini hanno il diritto di assistere ad ogni udienza si tenga nel nostro Paese, sia questa per un omicidio o per una scazzottata al bar. E quegli studenti, con la loro presenza in aula, hanno dato una lezione di civiltà ad un’intera comunità.

Non va sottovalutata però la gravità del fatto: la moglie di un accusato di mafia non ha timore di indicare direttamente il nome ed il cognome del “colpevole”, un ragazzo di ventidue anni che non si fa i fatti suoi e che porta i ragazzi in tribunale, su tutti i giornali del luogo. Il nome di Massimo è entrato nei bar, nelle case, in procura, nelle sedi di partito, al salone del barbiere, in caserma, nelle carceri.

Massimo ha già ricevuto nelle scorse settimane alcune telefonate dai parenti di un altro presunto ‘ndranghetista originario di Platì. Massimo Brugnone ci ha messo la faccia, è esposto.

 

Aldo Pecora
Presidente Ammazzateci Tutti

(pubblicato su "U Cuntu" del 18 ottobre 2010)

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