Quando il giornalismo diventa altro

C’è un signore, che si chiama Gianluca Ursini, e che di mestiere – mi dicono – faccia il giornalista.
Di lui so poco o nulla, anche perché della sua esistenza mi ha informato Google che lo ha “annusato” circa due anni or sono quando ha dato sfoggio della sua personalissima concezione di deontologia e imparzialità della professione giornalistica, arrivando finanche a mettere in bocca a me ed ai ragazzi di “Ammazzateci Tutti” false quanto improbabili dichiarazioni con tanto di virgolettato.
Insomma, nonostante io non sappia niente di lui e, di contro, lui sa evidentemente poco e male di me, questi non perde ancora occasione per fare un uso militante e fazioso del mestiere di scrivere e pare essere tornato ad uno dei suoi passatempi preferiti: sparare a zero, e senza alcun motivo, sul sottoscritto e sul nostro movimento antimafia.
Lo fa oggi dalle colonne del settimanale di sinistra “Left” (rilanciato integralmente dal giornale online reggino “Il Dispaccio”) con il collega Rocco Vazzana de “L’Unità”, firmando un articolo dal titolo “Reggio, i dubbi da sciogliere”. Un pezzo certamente documentato, ma capzioso, perché mescola scientemente informazioni a pregiudizi di natura personale e politici.


Come costruire una “macchina del fango”. Istruzioni per l’uso.

La tecnica è facile, se ne fa ampio uso da sempre (da destra, al centro, a sinistra) e non c’è bisogno di grandi sforzi cerebrali per smascherarla. Anzi, facevamo spesso simili esercizi di scrittura quando al liceo volevamo impressionare la professoressa e strappare un buon voto nel compito in classe d’italiano.
Ovviamente si parte dalla tesi, dall’idea e/o, peggio ancora, dall’ideologia, dell’articolista, che deve essere facilmente catturata e fatta propria inconsciamente dal lettore: è quello che troviamo scritto generalmente in apertura ed in chiusura dell’articolo, ovvero ciò che – specie se trattasi di articolo prolisso – tutti tendiamo a leggere. In queste parti dell’articolo è consigliabile inserire concetti essenzialmente brevi, concentrandosi su una al massimo due persone/bersagli, magari rivangando parentele, amicizie, soldi. L’argomento soldi funziona sempre, specie in questi ultimi tempi. Se puoi scrivere, o far credere, che qualcuno si è preso dei soldi da qualcun altro per fare qualcosa in cambio, fallo.
E’ difficile, però, che una volta catturata l’attenzione del lettore tu possa mantenerla. Devi incuriosirlo, solleticarlo, entrare dentro le sue sinapsi e sincronizzarle sul tuo scritto. Ecco a cosa servono i cosiddetti “capitoletti”, ovvero la suddivisione e formattazione dell’articolo in autonomi blocchi di lettura, scanditi dai cosiddetti “titoletti” in grassetto. Se poi hai la scansione di qualche documento con un logo di una procura, di un comando dei Carabinieri, di un ente pubblico quale un Comune, una Provincia o una Regione, meglio ancora: usalo. Basta che sia difficilmente leggibile, o comunque lìmitati a evidenziare le parti che ti interessano.
Ecco. Dato che purtroppo e per fortuna sono anche io un giornalista (anche se ho scelto di dedicarmi ai documentari televisivi proprio perché nauseato da un certo tipo di giornalismo), e dato che l’unico modo per mettere fine a questo tritacarne e iniziare a sbugiardarlo, in questa mia replica (che auspico sia pubblicata integralmente e ospitata sulle proprie testate e blog da chi lo vorrà) dimostrerò come “il giochetto” rischia di trasformarsi in un boomerang che può essere usato anche contro Ursini e chi, come lui, lo ha usato e continua a usarlo in maniera spregiudicata.


A Reggio pure l’aria si è “scopellitizzata”.

Veniamo al pezzo in questione, appunto. Cosa interessa al recidivo Ursini ed ora al collega Vazzana? Qual’è il messaggio che vogliono inculcare nelle teste degli ignari lettori? Che a Reggio Calabria (le cui sorti circa l’eventuale scioglimento per condizionamento mafioso del Comune sono in mano al Ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri) siamo tutti, ma proprio tutti, collusi: dai politici, ai commercianti, ad alcuni giudici, fino anche addirittura ad una parte della società civile, e nello specifico del fronte della cosiddetta antimafia sociale, che, foraggiata con denari delle casse del Comune amministrato dall’allora sindaco Giuseppe Scopelliti, oggi avrebbe persino la faccia tosta di firmare (con altre cinquecento persone di primissimo piano in città) manifesti contro la delegittimazione della città. Tutta gente al soldo di Scopelliti e dei suoi, insomma.
Quel manifesto e quelle firme sono tutte rendite di posizione.
Tutto si può comprare. Anche la buona fede (o meglio ancora la connivenza, dai!) di quei <<ragazzi di Locri che nel 2005 commossero il Paese all’indomani dell’omicidio dell’allora vicepresidente della Regione Franco Fortugno>>.
Però è bene prestare attenzione a non fare illazioni. Tutto deve essere documentato, altrimenti il lettore potrebbe accorgersi della superficialità – o, peggio ancora – della faziosità dell’articolista.
Ecco quindi che il bravo giornalista tira fuori dal cilindro, o per meglio dire dal cassetto (magari il cassetto di un certo giornalismo militante e socio in affari di occulti centri di potere, un certo giornalismo che alla Calabria e in Calabria fa più male della ‘ndrangheta) una delibera del 31 dicembre 2009: diecimila euro all’associazione di Aldo Pecora.
Quegli sporchi quattrini per i quali, per deduzione, da quel momento “Ammazzateci Tutti” è passata dall’altra parte della barricata, si è “scopellitizzata”.
Insomma, l’Italia intera sappia che a Reggio sciogliere il comune non basta. Tutta la classe dirigente presente e futura è irreversibilmente contaminata. Oramai il male è endemico, siamo irrecuperabili. E semmai si scioglierà e semmai si tornerà alle urne è bene allertare sin da subito i caschi blu dell’Onu. Perché non si sa mai…!


Ci sono anche compagni che secondo noi sbagliano, ma non lo scriviamo.

Se è vero com’è vero che tra le oltre cinquecento firme di professionisti, accademici, imprenditori, intellettuali, artisti, sportivi, esponenti dell’associazionismo, alcune possono più facilmente “saltare agli occhi” rispetto ad altre, è anche vero che tra chi mastica di antimafia non vi è solo quella “dell’amico di Scopelliti” Aldo Pecora. Anzi, finalmente abbiamo davanti una vera notizia: l’adesione dell’antimafia sociale reggina è stata, per la prima volta, trasversale: c’è Claudio La Camera, del “Museo della ‘ndrangheta”, Adriana Musella, di “Riferimenti” e c’è anche Mimmo Nasone, di “Libera”, il quale in un primo momento ha subito persino la smentita da una non meglio precisata “sede nazionale di Libera”, seguita dalla “smentita della smentita” firmata dal presidente e fondatore dell’associazione, don Luigi Ciotti (anche lui contagiato, certamente…!).
Probabilmente anche queste importanti associazioni, ciascuna diversa ed eterogenea dalle altre, sono state destinatarie di contributi economici da parte del comune di Reggio Calabria allorché Scopelliti era sindaco e dalla Regione poi, con Scopelliti divenuto presidente.
Allora: sono tutti stati pagati, assoldati, dal “Sistema Scopelliti”?
No. Perché la ‘ndrangheta, per chi in Calabria ci vive e vuole davvero sconfiggerla, è una cosa seria. E potremo pure parlarci fuori dai denti, non condividere le posizioni di questo o di quello, ma portiamo addosso il peso delle lacrime di decine di famiglie, di madri senza figli, di figli senza padri, e non svenderemmo mai, mai, mai queste lacrime. Neanche per tutto l’oro del mondo, altro che per qualche migliaio di euro.
Ammazzateci Tutti, Libera, il Museo della ‘ndrangheta, Riferimenti, hanno firmato quel manifesto liberamente, senza pressioni e/o pistole puntate alle tempie.
E forse questo è quello che più ha fatto saltare i nervi a Ursini, compagni ed eventuali committenti e fiancheggiatori a vario titolo: che “a noi dell’antimafia” molto ci separa e che l’unico che sia riuscito a metterci d’accordo su un punto sia proprio stato, seppur indirettamente, quel “fascista” di Peppe Scopelliti, come lo definisce spesso lo sprezzante Ursini.
Che fare, allora? Lo scriviamo? No. Prendiamocela con l’anello debole, con l’unico fesso che alle scorse regionali ha avuto la faccia (per non dire altro) di dichiarare pubblicamente “io voto Scopelliti”, senza chiedere né avere mai nulla in cambio (allora è pure scemo sto Pecora!), anche se tanti, molti, moltissimi, “compagni” lo hanno votato e fatto votare. In silenzio, ovviamente, come conviene fare in Calabria.
E come in silenzio conviene fare, noi il silenzio lo apponiamo su quelle firme. Ci sono “compagni” che secondo noi hanno sbagliato, ma siccome sono pur sempre “dei nostri” non lo scriviamo.


Amici, colleghi e compagni uniti nella lotta e nella diffamazione.

Si sa: diffamazione ieri, illazione oggi, calunnia domani e prima o poi la gente comincia a credere alle menzogne, e il bersaglio – che mai potrà avere un pari spiegamento di forze – si troverà a doversi difendere quotidianamente da attacchi e maldicenze. Come dire, curnuto e mazziato.
Mi pare di aver dato già un nome a questo “giochetto” di killeraggio mediatico, a questo sistema integrato della diffamazione allargata a mezzo stampa oramai ben oleato e collaudato: è il “metodo Pollichieni”, dal nome del noto giornalista/imprenditore originario di Locri, al secolo Paolo Pollichieni, cronista con la passione della raccolta informativa e del lobbying, buone amicizie nella deputazione regionale e parlamentare calabrese ed un passato giovanile da “contatto” tra la polizia e i sequestratori di persona dell’Aspromonte.
Ora, non so che tipo di rapporto intercorra tra Ursini e Pollichieni, se di semplice conoscenza, di amicizia e/o di scambio di informazioni e favori. Nè tanto meno so cosa faccia nella vita il primo, quanti anni abbia, che mestiere faccia, se ce l’ha, se abbia una famiglia, se campi d’aria o se, buon per lui, c’è qualche testata che lo paga per i suoi articoli.
So però che querela ieri, querela oggi, querela domani, il secondo ha all’attivo già diverse condanne in primo grado per diffamazione, e che dal 27 settembre 2012 è stato dichiarato contumace in un processo che mi vede parte offesa: una notizia che non dovrebbe interessare in questa sede, se non per il fatto che, badate un po’, ci sono stati dei magistrati che hanno indagato Pollichieni e tre dei suoi giovani collaboratori, altri che hanno chiesto che fossero processati, altri ancora che hanno accordato il rinvio a giudizio, ed altri ora che li processeranno proprio per le stesse accuse e illazioni che oggi – seppur con toni meno esagitati – mi muovono Ursini col collega Vazzana.


Oltre al danno, la beffa: “Ammazzateci Tutti” ancora aspetta quei diecimila euro…!

Si è tanto parlato di questi maledetti diecimila euro all’Associazione di Aldo Pecora, di quella delibera di vigilia di Capodanno. Quei soldi che ovviamente Ursini e Vazzana inseriscono gratuitamente quasi come “do ut des” in chiusura del loro pezzo.
Poco importa se quel “contributo” non sia stato un regalo, un po’ di respiro per le normali attività dell’associazione, ma una pressoché irrisoria compartecipazione alle spese sostenute (e anticipate) dal movimento per la realizzazione di “Legalitàlia”, il meeting nazionale organizzato ogni anno con enormi sforzi per commemorare il giudice Antonino Scopelliti e divenuto oramai l’appuntamento fisso dell’estate dell’antimafia italiana.
E poco importa, soprattutto, che nessun giornalista, dicesi nessun giornalista di Reggio, si accorga di un’altra vera notizia: ovvero che a farne le spese del fantomatico buco nelle casse comunali seguito al cosiddetto “caso Fallara” ci sia anche “Ammazzateci tutti”, perché quelle somme, seppur deliberate, non sono mai state liquidate dopo ben tre anni!
Ecco, dunque, che se due indizi fanno una prova, allora Aldo Pecora non è solo un arrivista, ma è proprio uno stupido sesquipedale.


[ NELLA FOTO, da sinistra: Gianluca Ursini (giornalista
[ NELLA FOTO, da sinistra: Gianluca Ursini (giornalista "Left" e "L'Unità"), Giuseppe Baldessarro (giornalista "Il Quotidiano della Calabria" e "Repubblica"), Sebastiano detto "Seby" Romeo (consigliere comunale PD Reggio Calabria) e Massimo Canale (ex Comunisti Italiani, candidato sindaco alle ultime elezioni comunali di Reggio Calabria, oggi PD) presentano il libro "Il Caso Fallara" alla Festa nazionale del Partito Democratico di Reggio Emilia ].


Quel giornalismo che non mi appartiene.

C’è un gran bel film di Marco Bellocchio, “Sbatti il mostro in prima pagina”. E’ uno di quei film che chiunque sogni di intraprendere il nostro mestiere ha visto.
Siamo nella Milano dei primi anni Settanta, dopo il tritolo di piazza Fontana e la morte misteriosa di Giangiacomo Feltrinelli, una città ed un’Italia in balìa del terrorismo politico. E non è solo strategia della tensione, ma una vera e propria guerra ideologica tra contrapposti estremismi ideologici e politici, dove purtroppo contribuiscono a scaldare gli animi anche i cosiddetti giornali d’opinione, tra cui “Il Giornale”, quotidiano “di destra” letto principalmente dalla media borghesia.
Il suo redattore capo si chiama Bizanti, interpretato da uno straordinario Gian Maria Volontè. Bizanti non è un giornalista, è un uomo senza scrupoli, disposto persino a modellare e distorcere la realtà a suo uso e consumo nei propri articoli pur di accattivarsi le simpatie dei lettori e dei politici della sua stessa area. E proprio con uno dei suoi articoli riesce addirittura a far credere alla polizia che un estremista di sinistra abbia violentato e ucciso una ragazzina.
Insomma, un giornalista riesce a strumentalizzare un terribile delitto per screditare la sinistra extraparlamentare e far sbattere in galera un innocente. A nulla servirà quanto scoperto e comunicato al capo redattore dal giovane cronista Roveda, ovvero che il vero colpevole fosse in realtà il bidello della scuola frequentata dalla vittima. Bizanti, pur di mantenere la sua tesi, riesce persino a rassicurare il vero assassino che non avrebbe mai rivelato nulla alla polizia.
Ecco, non so che tipo di giornalista potrei mai essere, ma da quando a sedici anni ho visto per la prima volta questo film ho capito il giornalista che non vorrò mai essere: io non sarò mai un Bizanti.
E quanto a Gianluca Ursini, che invitato da praticamente tutte le forze politiche di sinistra, pare continui a girare la Calabria e l’Italia in lungo e in largo per pubblicizzare un libro sul “Caso Fallara” di cui è co-autore: siamo davvero sicuri che sia un giornalista libero, senza vincoli, e che non abbia alcun interesse particolare da tutelare in quello che fa e scrive?

Aldo V. Pecora
giornalista, presidente “Ammazzateci Tutti”

www.aldopecora.it
twitter: @aldopecora

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