Vicenda Scopelliti, se è vero che il nostro dovere è raccontare storie: quali migliori di queste?

Carmine Fotia Quando dal palco nel centro della città di Reggio Calabria, in piazza Duomo, con quel viso dolce da ragazza e negli occhi la luce del coraggio, Rosanna Scopelliti ha scandito nome e cognome del boss dei boss, quel Pasquale Condello arrestato la scorsa primavera, e gli ha chiesto di pentirsi, di dire chi aveva assassinato suo padre, il giudice Antonino  Scopelliti, ebbene allora, in quel preciso momento, ho capito che molte cose sono cambiate a Reggio Calabria. Oggi nessuno può più dire che tutta la città è omertosa e silenziosa, che nessuno parla, che nessuno denuncia.

I ragazzi di “E adesso ammazzateci tutti”, che mi hanno invitato a condurre la serata conclusiva della loro manifestazione, Legalitalia, sono una piccola minoranza ma indicano un cammino che altri ora possono percorrere.
Nati dopo l’assassinio di Francesco Fortugno coniarono quello slogan che dà il nome alla loro associazione per dire che la mafia non potrà mai uccidere tutti gli onesti se questi decideranno di ribellarsi.

Ora, dopo che la strage di Duisburg ha svelato la dimensione criminale della ‘ndrangheta a tutti, il messaggio che ci si può ribellare è chiaro e forte, anche se la maggioranza dei reggini non lo fa. Anche se per paura, abitudine, omertà continua a pagare il pizzo, a non denunciare, a fare finta di non vedere, le parole di Rosanna si insinuano come un tarlo. A ciascuno verrà in mente di pensare  alle sue parole, al suo appello a ribellarsi, a denunciare, quando magari chinerà il capo per l’ennesima volta.

Ma quello che noi dobbiamo domandarci è che cosa facciano lo stato e le istituzioni per favorire la ribellione e la presa di coscienza. La risposta è purtroppo scoraggiante. Se, come dice il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Salvo Boemi, oggi, grazie al lavoro di giudici come Falcone e Scopelliti, noi sappiamo molto di più sulle organizzazioni criminali, se si sono inflitti colpi micidiali all’ala militare delle mafie, quando ci addentriamo nel campo dei rapporti
con la politica e con le istituzioni siamo all’anno zero.

Anzi, siamo tornati indietro. Guardiamo alla vicenda di Luigi De Magistris, trasferito dal Csm dalla procura di Catanzaro a Napoli. Ora un tribunale ha detto che non solo De Magistris non ha commesso alcun reato ma che è stato vittima di un complotto. Probabilmente per impedirgli di andare fino in fondo nelle indagini su quell’intreccio tra mafia, politica e malaffare che costituisce il cuore nero dell’Italia.

Una volta i giudici pericolosi bisognava ucciderli. Successe così con Antonino Scopelliti, ucciso per impedirgli di sostenere la pubblica accusa in Cassazione nel maxiprocesso a Cosa Nostra.  Anche allora i veleni vennero dal palazzo di giustizia reggino, si parlò di “fatti privati” mentre a uomini come Giovanni Falcone il disegno criminale appariva chiarissimo: hanno cominciato da qui, poi arriveranno anche a Palermo, disse.

Oggi, denuncia Salvatore Borsellino, i giudici non si ammazzano più: li si paralizza e li si uccide professionalmente. Sicchè oggi appare chiaro che per rispondere all’appello di Rosanna Scopelliti, di Aldo Pecora e dei ragazzi di Reggio, la magistratura, le forze dell’ordine, la politica prima di tutti, devono guardare al loro interno e fare pulizia, recidendo i legami che rendono le mafie, la ‘ndrangheta in particolare, vere e proprie potenze politico-militari.

Ma anche l’informazione non può sottrarsi. Le omertà, le convivenze, le complicità ci sono certamente anche nel nostro mondo. Ma più spesso, anche i più onesti tra noi commettono un peccato più grave proprio perché impalpabile, quello di omissione. Bene che vada arriviamo dopo le stragi e ci comportiamo come la Croce Rossa: raccogliamo i morti, contiamo i feriti, consoliamo i parenti delle vittime. E poi? Tra una strage e l’altra, mentre i ragazzi antimafia, i magistrati, le forze dell’ordine continuano a stare in prima linea, noi ce ne scordiamo, considerando il sud e la Calabria in particolare come una specie di mondo a sé, irredimibile.

Davvero pensiamo che i ragazzi di Locri, gli imprenditori che resistono al racket, i maestri di strada di Napoli, siano meno comunicativi dei dementi che affollano reality e talk show? Quante storie, quante volti, quante emozioni si possono raccontare, se solo si scoprono quelli che io chiamo gli “eroi per caso”! Una figlia che cresce senza il padre assassinato dalla mafia e che decide di ribellarsi, una giovane imprenditrice che ricostruisce la sua azienda ogni volta dopo sette attentati, un agricoltore che diventa investigatore e fa arre che, solo per fare qualche esempio, a me è capitato di raccontare e vi assicuro che erano straordinarie, avvincenti, dense di pathos e di contenuti. Voglio dire che se è vero che il nostro dovere è raccontare storie: quali migliori di queste? Non informazione del dolore, ma un’informazione nella quale anche il dolore può diventare fonte di conoscenza, non esibito pornograficamente, ma rappresentato con la forza morale e la sobrietà di chi ne ha saputo fare ragione per andare avanti.
Sta anche a noi rispondere all’appello dei ragazzi di Reggio.

Carmine Fotia
Vice-direttore Tg La7

(fonte: www.articolo21.info)

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